Devo ammettere questa volta che la presentazione del nuovo modello di OpenIA mi ha incuriosito molto. L’azienda ha annunciato GPT-6 Astra e, leggendo la pagina ufficiale di lancio, la sensazione è che non ci troviamo semplicemente davanti all’ennesimo modello più potente, più veloce e più bravo nei benchmark.
Naturalmente i numeri ci sono, e sono importanti, ma OpenAI presenta Astra come un modello diverso dai precedenti, con miglioramenti dichiarati in molti ambiti applicativi. Ma, almeno dal mio punto di vista, conferma quella sensazione che stavo maturando oramai da mesi: sta cambiando il modo in cui siamo abituati a rapportarci con l’intelligenza artificiale e, soprattutto, il ruolo che le stiamo progressivamente affidando.
Ed è un tema sul quale torno spesso, perché continuo a pensare che concentrarsi ad imparare la funzione da attivare caso per caso, rischia di farci guardare nella direzione sbagliata. In futuro parleremo alle macchine senza attivare alcuna funzione.
OpenAI descrive il nuovo modello come capace non soltanto di rispondere, ma di utilizzare concretamente il computer per svolgere attività: compilare moduli online, aggiornare informazioni all’interno di un CRM, organizzare il calendario, effettuare ricerche, lavorare con email e documenti, analizzare dati, creare siti e verificarne il funzionamento. Può inoltre installare e testare software e intervenire nella risoluzione di problemi visualizzati sullo schermo.
Qui, secondo me, c’è il passaggio generazionale più interessante. Fino a oggi abbiamo imparato soprattutto a parlare con l’IA: scriviamo una richiesta, aspettiamo una risposta, correggiamo, aggiungiamo informazioni e continuiamo la conversazione. Astra viene invece presentato come qualcosa a cui possiamo veramente affidare un lavoro, lasciando che gestisca autonomamente una parte dei passaggi necessari per arrivare al risultato.
E cambia anche il ruolo dell’utente. OpenAI spiega che, quando le istruzioni non sono complete, Astra sarebbe capace di utilizzare il contesto per risolvere autonomamente le questioni ordinarie e, nel contempo, porre domande mirate quando una nostra risposta potrebbe modificare significativamente il risultato. In Codex può addirittura fare domande e continuare nel frattempo a lavorare sulle parti che non dipendono dalle risposte, fermandosi solo quando serve realmente il nostro contributo.
Tutto ciò significa iniziare a immaginare un’interazione nella quale non dobbiamo necessariamente seguire la macchina passo dopo passo. Le invece affidiamo un obiettivo e lei procede dove può e torna da noi quando serve. Non più soltanto domanda-risposta-domanda-risposta, quindi, ma qualcosa che assomiglia maggiormente a una collaborazione.
Anche la gestione del contesto sembra andare nella stessa direzione. OpenAI riconosce che i modelli precedenti potevano perdere l’orientamento durante attività lunghe, interpretando per esempio una correzione o una richiesta laterale come un nuovo obiettivo. Astra sembra invece capace di recepire le nuove indicazioni senza perdere di vista il lavoro o l’obiettivo complessivo.
Lo stesso vale per documenti, presentazioni e fogli di calcolo. Non si parla soltanto di generare del testo da copiare successivamente altrove, ma di produrre risultati già strutturati, rispettando template, stile di scrittura e impostazione visiva del contesto nel quale si sta lavorando. OpenAI parla esplicitamente di attività professionali articolate in più passaggi e di output maggiormente utilizzabili nell’immediato.
È presto per capire quanto tutto questo cambierà realmente la nostra esperienza quotidiana anche perché, personalmente, non l’ho ancora nemmeno provato. Al momento sto commentando ciò che OpenAI ha presentato e i risultati dei test pubblicati dall’azienda. Ma la direzione indicata è difficile da ignorare.
Se le promesse saranno mantenute, il salto tra GPT-5.6 Sol e GPT-6 Astra potrebbe essere interessante non soltanto perché avremo un’IA più capace, ma perché potremmo cominciare a usarla in modo diverso. Meno attenzione all’interfaccia, forse anche meno ossessione per il singolo prompt, e molta più attenzione a ciò che vogliamo ottenere, al compito che decidiamo di delegare e ai limiti entro i quali vogliamo che la macchina operi.
È una trasformazione che personalmente trovo molto più interessante della rincorsa al benchmark più alto.
Adesso, però, arriva la parte divertente: provarlo davvero.
Naturalmente i numeri ci sono, e sono importanti, ma OpenAI presenta Astra come un modello diverso dai precedenti, con miglioramenti dichiarati in molti ambiti applicativi. Ma, almeno dal mio punto di vista, conferma quella sensazione che stavo maturando oramai da mesi: sta cambiando il modo in cui siamo abituati a rapportarci con l’intelligenza artificiale e, soprattutto, il ruolo che le stiamo progressivamente affidando.
Ed è un tema sul quale torno spesso, perché continuo a pensare che concentrarsi ad imparare la funzione da attivare caso per caso, rischia di farci guardare nella direzione sbagliata. In futuro parleremo alle macchine senza attivare alcuna funzione.
OpenAI descrive il nuovo modello come capace non soltanto di rispondere, ma di utilizzare concretamente il computer per svolgere attività: compilare moduli online, aggiornare informazioni all’interno di un CRM, organizzare il calendario, effettuare ricerche, lavorare con email e documenti, analizzare dati, creare siti e verificarne il funzionamento. Può inoltre installare e testare software e intervenire nella risoluzione di problemi visualizzati sullo schermo.
Qui, secondo me, c’è il passaggio generazionale più interessante. Fino a oggi abbiamo imparato soprattutto a parlare con l’IA: scriviamo una richiesta, aspettiamo una risposta, correggiamo, aggiungiamo informazioni e continuiamo la conversazione. Astra viene invece presentato come qualcosa a cui possiamo veramente affidare un lavoro, lasciando che gestisca autonomamente una parte dei passaggi necessari per arrivare al risultato.
E cambia anche il ruolo dell’utente. OpenAI spiega che, quando le istruzioni non sono complete, Astra sarebbe capace di utilizzare il contesto per risolvere autonomamente le questioni ordinarie e, nel contempo, porre domande mirate quando una nostra risposta potrebbe modificare significativamente il risultato. In Codex può addirittura fare domande e continuare nel frattempo a lavorare sulle parti che non dipendono dalle risposte, fermandosi solo quando serve realmente il nostro contributo.
Tutto ciò significa iniziare a immaginare un’interazione nella quale non dobbiamo necessariamente seguire la macchina passo dopo passo. Le invece affidiamo un obiettivo e lei procede dove può e torna da noi quando serve. Non più soltanto domanda-risposta-domanda-risposta, quindi, ma qualcosa che assomiglia maggiormente a una collaborazione.
Anche la gestione del contesto sembra andare nella stessa direzione. OpenAI riconosce che i modelli precedenti potevano perdere l’orientamento durante attività lunghe, interpretando per esempio una correzione o una richiesta laterale come un nuovo obiettivo. Astra sembra invece capace di recepire le nuove indicazioni senza perdere di vista il lavoro o l’obiettivo complessivo.
Lo stesso vale per documenti, presentazioni e fogli di calcolo. Non si parla soltanto di generare del testo da copiare successivamente altrove, ma di produrre risultati già strutturati, rispettando template, stile di scrittura e impostazione visiva del contesto nel quale si sta lavorando. OpenAI parla esplicitamente di attività professionali articolate in più passaggi e di output maggiormente utilizzabili nell’immediato.
È presto per capire quanto tutto questo cambierà realmente la nostra esperienza quotidiana anche perché, personalmente, non l’ho ancora nemmeno provato. Al momento sto commentando ciò che OpenAI ha presentato e i risultati dei test pubblicati dall’azienda. Ma la direzione indicata è difficile da ignorare.
Se le promesse saranno mantenute, il salto tra GPT-5.6 Sol e GPT-6 Astra potrebbe essere interessante non soltanto perché avremo un’IA più capace, ma perché potremmo cominciare a usarla in modo diverso. Meno attenzione all’interfaccia, forse anche meno ossessione per il singolo prompt, e molta più attenzione a ciò che vogliamo ottenere, al compito che decidiamo di delegare e ai limiti entro i quali vogliamo che la macchina operi.
È una trasformazione che personalmente trovo molto più interessante della rincorsa al benchmark più alto.
Adesso, però, arriva la parte divertente: provarlo davvero.


