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Società e Persone

La formazione sull’IA deve insegnare a pensare, non a cliccare.

Riflessione sulla formazione su IA
Post di Sbertani | Aggiornato il 14-08-2026 | 5 min di lettura Aggiornato
Questa mattina, mentre mi godevo qualche minuto di tiepido sole nelle primissime ore della giornata (perché poi fa troppo caldo), mi sono ritrovato a riflettere su cosa stia davvero significando fare oggi “formazione” quando parliamo di Intelligenza Artificiale. Ho infatti la sensazione che gran parte della discussione, sui corsi ma anche sui contenuti che circolano sui social, si concentri ancora molto su un’idea estremamente tradizionale del rapporto con la tecnologia fatta di pulsanti da premere, funzioni da attivare e scorciatoie da imparare, come se il valore di questi strumenti dipendesse principalmente dalla capacità di trovare il comando giusto al momento giusto.

Credo che questa sia una prospettiva sbagliata.

Più utilizzo questi strumenti e più mi convinco che la vera formazione sull’Intelligenza Artificiale non debba concentrarsi sull’interfaccia, sul prompt perfetto o sulla funzione più efficace disponibile oggi, ma sulla comprensione di un cambiamento molto più profondo che riguarda il modo stesso in cui utilizzeremo le tecnologie informatiche nei prossimi anni, perché stiamo passando dall'utilizzare strumenti che eseguono istruzioni... a strumenti ai quali affideremo obiettivi, attività e "responsabilità" operative.

Per decenni abbiamo utilizzato il computer come una macchina a cui impartire una sequenza precisa di comandi: inserivamo dati, eseguivamo procedure e ottenevamo risultati. L’Intelligenza Artificiale introduce invece qualcosa di diverso, perché non si limita più a eseguire un calcolo come farebbe la nostra calcolatrice sulla scrivania oppure il nostro mitico Microsoft Excel, ma sarà sempre più in grado di ricevere un compito, comprenderne il contesto e svilupparlo con un certo livello di autonomia.

Ed è proprio questo, a mio avviso, il vero cambio di paradigma che la formazione dovrebbe aiutare a comprendere.

La competenza più importante da trasferire non è ricordare quale pulsante premere, ma sviluppare la capacità di pensare, immaginare, organizzare e assegnare correttamente i compiti sulla base di obiettivi. In altre parole, sarà sempre meno importante conoscere l’interfaccia e sempre più importante possedere la creatività e la visione necessarie per governare i flussi operativi anche nel nostro piccolo.

Le interfacce cambiano, sono sempre cambiate. I software che utilizziamo oggi sono profondamente diversi da quelli che utilizzavamo dieci anni fa, come quelli che utilizzeremo tra pochi anni saranno probabilmente diversi da quelli attuali. La stessa chat che oggi rappresenta il simbolo dell’Intelligenza Artificiale potrebbe essere soltanto una fase temporanea di questa evoluzione, sostituita da modalità di interazione più naturali, più integrate e forse persino esclusivamente vocali.

Se questo è vero, e posso garantirvi che stiamo ricevendo più che segnali che la strada è certamente segnata, allora insegnare soltanto il funzionamento di una specifica interfaccia rischia di essere un approccio con una durata molto limitata.

La questione delle Policy aziendali

Nelle aziende, quando faccio formazione, incontro spesso anche un’altra convinzione che merita una riflessione: l’idea che la formazione debba essere costruita esclusivamente all’interno delle policy aziendali esistenti. Le policy sono fondamentali e nessuno mette in discussione il loro ruolo, ma devono arrivano solo dopo che le persone hanno compreso lo strumento nella sua completezza e l'approccio allo stesso, non prima. Occorre prima capire quali sono le potenzialità, quali sono i limiti, quale trasformazione culturale è in atto e quale sarà mai questo nuovo approccio al lavoro che ho prima descritto.

Altrimenti sarebbe come insegnare la lingua italiana limitandosi ai termini necessari per scrivere un post sui social senza spiegarne la grammatica, la sintassi e la costruzione del linguaggio che sta dietro ad un messaggio, oppure come insegnare a guidare un’automobile esclusivamente nelle vie di un piccolo paese senza mai affrontare una strada urbana, una tangenziale o un’autostrada. In entrambi i casi si imparerebbe una procedura limitata, ma non non svilupperemmo una reale comprensione e controllo dello strumento.

Per questi motivi, continuo a pensare che la formazione sull’Intelligenza Artificiale sia prima di tutto un tema culturale e solo successivamente un tema tecnico. Il suo compito non deve essere quello di insegnare alle persone come utilizzare una funzione disponibile oggi, ma aiutarle a comprendere come sta cambiando il rapporto tra esseri umani e tecnologia, come costruire fiducia anziché paura e come sviluppare quella creatività necessaria per migliorare le procedure che ogni giorno eseguiamo in autonomia, e guidare strumenti che, sempre più spesso, saranno chiamati a svolgere attività complete.

Il vero obiettivo non è insegnare a usare l’IA, ma aiutare le persone a comprendere che stiamo entrando in un’epoca nella quale il valore non nascerà dalla capacità di schiacciare il tasto giusto, all'interno di schemi rigidi, ma dalla capacità di immaginare il lavoro da svolgere da un punto di osservazione diverso e più evoluto, definirne gli obiettivi e affidarlo correttamente a strumenti sempre più autonomi. Sapendoli scegliere e dosarli.

Abbiamo l'occasione per far fare alle persone un grande salto di qualità: passare da meri esecutori di processi a persone capaci, anche nel loro piccolo, di migliorarli.

Voi come la vedete? Quando parliamo di formazione sull’Intelligenza Artificiale, dobbiamo insegnare delle funzioni oppure stiamo insegnando un nuovo modo di pensare?
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